SICUREZZA PUBBLICA E PRIVATA: QUALE FUTURO?

a cura di Felice Ferlizzi

Il tema della sicurezza, nelle sue molteplici e poliedriche sfaccettature, è da sempre al centro dell’attenzione della società civile e delle istituzioni.
L’interesse sempre crescente, che questo argomento suscita tra gli studiosi, è indice del fatto che le strategie per garantire la sicurezza in generale nonché tutte le professionalità ad essa connesse hanno ed avranno un grande futuro. Chi ha intenzione di lavorare in questo settore deve avere la consapevolezza di competere con un mondo sempre più globalizzato e in continua evoluzione che, in relazione alle problematiche di sicurezza, privilegia la professionalità. Su questo fronte non esiste l’improvvisazione: o si è veramente esperti ad amministrare e gestire nel pubblico e nel privato i meccanismi che garantiscono la sicurezza oppure si è fuori dall’essere competitivi. Pertanto i giovani, che desiderano diventare dei veri professionisti della sicurezza, devono acquisire conoscenze sempre più specifiche e dettagliate in materia e sviluppare quelle competenze richieste per la loro futura realizzazione professionale. Per questo è necessario puntare su un tipo di formazione basata sullo sviluppo delle competenze con puntuali aggiornamenti, che conferiscano a chi aspira a lavorare in questo settore una professionalità adeguata alle prospettive di impiego sia presso enti pubblici che privati. Una formazione idonea a qualificare un vero e proprio Security Manager, che sia in grado di affrontare le problematiche della sicurezza secondo una molteplicità di dimensioni, una pluralità di discipline, e che sia, conseguentemente, dotato di specifiche competenze declinate nei diversi campi della scienza e della ricerca.
Seguendo questi criteri il professionista della sicurezza sarà sicuramente di alto livello e in grado di presidiare rischi e minacce a tutto tondo sia in relazione alla costante evoluzione nel campo tecnico, informatico, economico-finanziario, ecc. sia in un contesto sempre più globalizzato ed interconnesso, che necessita di un nuovo modo di garantire e gestire la sicurezza a 360 gradi. Infatti, ai rischi tradizionali di sicurezza fisica e logica, si intrecciano nuove e forti esigenze di sicurezza, privacy e governante, che modificano il perimetro delle attività della security ed ampliano significativamente le competenze del Security Manager.
Nell’epoca in cui viviamo si sente maggiormente l’esigenza di migliorare la sicurezza del proprio vivere; questo è un bisogno che accomuna tutti, ma è anche una delle sfide più difficili e complesse, che la società è chiamata ad affrontare e risolvere per trovare il punto di equilibrio tra la garanzia di sicurezza e la tutela della libertà.
Proprio sul contemperamento tra esigenze di libertà ed esigenze di sicurezza si gioca il futuro dello Stato di diritto e della democrazia. Una società può definirsi civile solo con la realizzazione di adeguati standard di sicurezza che innalzano la qualità della vita. Ecco perché è necessario investire non solo in campo economico-finanziario, ma anche sulle giovani generazioni, che dovranno essere preparate nel valutare e gestire anche i nuovi rischi e pericoli derivanti dalla globalizzazione. E’ necessario, quindi, tracciare un percorso formativo che coinvolga le giovani leve ad avere interesse per questo settore vitale della convivenza civile e, in tal senso, giova ricordare la massima di Marco Fabio Quintiliano (35-95 d. C.): “I giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere”.
Fatta questa premessa, è opportuno precisare che nel nostro Paese le Forze di Polizia negli ultimi 30 anni hanno fatto passi da gigante in materia di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica ma molto bisognerà fare per rispondere alle crescenti esigenze di sicurezza della collettività, con particolare riguardo al fenomeno del multiculturalismo che non sempre favorisce la coesione sociale.
Anche nel settore privato i problemi non mancano e sono sempre di più le persone interessate ad intraprendere l’attività di vigilanza e di investigazione privata attualmente disciplinata dal D.M. 1.12.2010, n.269.
Nel nostro Paese si contano oggi circa 1000 imprese di settore con poco meno di 50mila addetti rispetto all’Inghilterra che, invece, vanta 1.500 società con 250mila uomini impiegati.
Un altro dato riguarda il rapporto esistente tra addetti alla sicurezza privata e forze dell’ordine che in Italia è di 1 a 6,31, mentre la media europea è di 1 a 1,22. Si comprende, quindi, la portata degli spazi ancora aperti nel mercato.
Ripercorrendo un po’ il passato recente, l’Unione Europea ha peraltro dimostrato un grande interesse sul tema della sicurezza, concentrando in particolar modo le sue attenzioni sulla sicurezza c.d. “sussidiaria” . Così pure lo Stato Italiano, che nel corso degli anni ha dovuto misurarsi con la difficoltà sempre crescente di far fronte all’esigenza di tutela della collettività, si è trovato costretto ad ammettere e a regolare il concorso degli enti locali e dei soggetti privati in alcune attività (quelle “sussidiarie”) volte a garantire la sicurezza dei cittadini.
Già nel 2001 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha esteso a tutti i cittadini dell’U.E. la possibilità di esercizio dell’attività di vigilanza privata, rimuovendo così la limitazione che riservava tale attività ad esclusivo appannaggio dei soli cittadini del singolo stato membro . Nell’anno 2007, poi, sono scattate sostanziali modifiche all’impianto normativo, che hanno inciso profondamente sul regime delle autorizzazioni delle imprese di vigilanza privata, apportando cambiamenti nella valutazione circa la concessione delle licenze in relazione ai seguenti criteri:
– esame dell’assetto tecnico organizzativo ed economico dell’impresa;
– modalità di svolgimento dei servizi;
– qualificazione del personale con un sistema di controlli per garantire la tutela dei lavoratori;
– controllo dell’adeguatezza delle dotazioni tecnologiche;
– rispetto del contratto nazionale di categoria .
In questa fase di profondo cambiamento è stata istituita presso il Ministero dell’Interno la Commissione Consultiva Centrale composta, oltre che da esponenti dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza, anche da esperti delle Organizzazioni Sindacali delle guardie particolari giurate. Il Presidente e i suoi Membri sono nominati con decreto del Ministro dell’Interno e durano in carica tre anni.
La Commissione ha il compito di esprimere pareri obbligatori circa le materie trattate dalla nuova normativa, che impone ulteriori adempimenti come, ad esempio, l’istituzione di una Banca Dati delle Guardie Particolari Giurate nonché l’individuazione dei requisiti di formazione e qualificazione professionale del personale .
Attualmente per ottenere il titolo di guardia particolare giurata il procedimento ha inizio con una dichiarazione con cui un legale, in qualità di rappresentante di un Istituto di Vigilanza, manifesta la volontà di affidare ad una persona compiti di Guardia Giurata. La domanda deve essere presentata al Prefetto, il quale deve accertare la sussistenza dei requisiti necessari e rilasciare o denegare la richiesta. La conclusione del procedimento è fissata nel termine di 90 giorni e va formalizzata con provvedimento del Prefetto.
La Guardia Giurata di nuova nomina viene iscritta nel registro istituito presso la Prefettura. Il regolamento prevede che questi professionisti vestano l’uniforme e siano muniti di autorizzazione al porto di armi.
Al Questore compete il compito di verificare periodicamente l’adeguatezza delle modalità con cui le guardie giurate espletano le funzioni affidate. Quindi, la vecchia immagine del metronotte impegnato a vegliare sulle proprietà private lascia il posto alla guardia particolare giurata, che è una nuova figura più completa e capace di portare avanti servizi complessi e di maggiore responsabilità, senza però estendere la sua tutela alle persone perché, secondo la legge italiana, questa è una funzione di esclusiva competenza delle forze di polizia.
Questo argomento ci introduce al tema della c.d. sicurezza “integrata” quale strumento attuativo di politiche, che vedono integrarsi le competenze esclusive dello Stato in materia di ordine e sicurezza pubblica con quelle riconducibili agli enti locali e ai privati operanti sul piano della prevenzione, quali governi territoriali di prossimità.
In questo quadro la sfera di competenze delle imprese private di vigilanza ha potuto estendersi in modo da integrare i servizi già svolti dagli apparati statali.
Già dal 1992, anno in cui si inquadra la legge n. 217, si parla dell’affidamento in concessione dei servizi di controllo esistenti in ambito aeroportuale, estesa poi nei porti, nelle stazioni ferroviarie e nelle metropolitane .
In tale ottica è da ricondurre anche la figura dello steward, introdotta nel 2007 quando, dopo aver messo in sicurezza gli stadi, si è pensato di collocare uno steward ogni 250 spettatori .
Dal canto loro i cittadini hanno dimostrato nel tempo di apprezzare sempre più l’operato degli Istituti di Vigilanza Privata, che ha consentito il recupero di risorse da parte delle Forze dell’Ordine da destinare alle cosiddette attività istituzionali di sicurezza primaria.
Ma perché tutta questa effervescenza ruota attorno al mondo della sicurezza? Perché la sicurezza, da sempre, rappresenta uno dei bisogni primari dell’uomo e della collettività.
Il termine “sicurezza” ha origine latina e significa sine cura ovvero “senza preoccupazioni” e può essere definito come una condizione psicologica, che predispone a vivere ed operare in serenità. Concetto questo, che può essere riferito ad uno stato emotivo individuale o collettivo caratterizzato, a livello interiore ed esteriore, da tranquillità e calma, al punto che nell’antica Grecia questo clima di serenità era considerato come una condizione necessaria e sufficiente per garantire la felicità dell’essere umano. Ne deriva che l’esigenza di sicurezza non è un concetto recente, ma si perde nella notte dei tempi e, per averne conferma, è sufficiente, ad esempio, visitare la maggior parte dei centri storici delle numerose città italiane laddove si notano ancora borghi arroccati e circoscritti da alte mura con accessi attraverso ponti levatoi atti a garantire protezione e, quindi, ad agevolare una sensazione di calma e tranquillità ai cittadini. Inoltre questo clima era ed è incentivato dal deterrente di inserire robuste grate alle finestre più basse o dal trincerarsi dietro solidi portoni.
Oggi questi accorgimenti, anche se rivisti in chiave moderna, sarebbero definiti come sistemi di difesa passiva.
Nel corso dei secoli, infatti, e, in particolare, negli ultimi 40 anni il sistema si è evoluto ed è diventato più complesso ed articolato. Se pensassimo, ad esempio, di dover difendere oggi una struttura, o quello che in chiave istituzionale si può definire “obiettivo sensibile”, dobbiamo prendere in esame tutte le variabili del contesto in cui si opera, non dimenticando il supporto fornito dalla tecnologia.
La sicurezza dell’area sarà sicuramente affidata alle Forze dell’Ordine, che assicurano strategie integrate, e l’eventuale proprietario e/o industriale avrà un ruolo attivo perché dovrà adottare una serie di accorgimenti per elevare gli standard di sicurezza ponendo in essere anche significativi investimenti di carattere economico.
Un ruolo attivo sarà affidato, infine, agli Istituti di Vigilanza che, come detto in precedenza, integreranno il lavoro delle Forze dell’Ordine. Quindi, oggi si parla di un concetto di sicurezza legato al coordinamento di più “attori” e attuato con la gestione di una sicurezza integrata e condivisa: cittadini, istituzioni, Forze dell’Ordine e altri enti devono operare insieme per ridurre le fonti di preoccupazione, in una politica di “partenariato” dove la professionalità è fondamentale per trovare le giuste strategie da adottare affinché la società possa vivere sine cura, riducendo al minimo le fonti di preoccupazione.
Nonostante tutti quanti gli evidenti sforzi per migliorare gli standard di sicurezza, Sofsky ci ricorda che “La sicurezza assoluta non esiste, gli uomini sono circondati dal rischio per tutta la durata della loro esistenza” .
Il rischio, o meglio il pericolo, deriva da un evento imprevisto, che oggi comunemente associamo alla paura di attività criminali o terroristiche, ma anche ad altre attività dell’uomo che provocano disastri ecologici sempre più frequenti.
Nessuno dunque è immune da rischi e la vera difficoltà consiste nel prevenirli al fine di minimizzare le conseguenze. La percezione del rischio, quindi, è legata alla sensazione di pericolo, anche se, fortunatamente, non sempre dal primo deriva il secondo. In particolare, la sensazione di impotenza attanaglia le così dette “fasce più deboli” come gli anziani o i giovanissimi, che necessitano di maggiori strategie difensive. La sicurezza e, di conseguenza, l’insicurezza sono proprie di ognuno di noi!
Come rispondono le istituzioni a questo bisogno dei cittadini di rassicurazione e protezione? Attraverso una costante attività di analisi e di studio riguardante la tutela dell’ambiente, delle persone ed una serie infinita di altri fenomeni, che richiedono la predisposizione e la redazione di documenti e piani coordinati di controllo del territorio per prevenire i fenomeni criminali e reprimere i comportamenti illeciti, assicurando i responsabili alla giustizia. Anche una pressante e costante attività di intelligence in ambito civile e/o militare è fondamentale per elaborare informazioni utili nei processi di prevenzione di azioni destabilizzanti di qualsiasi natura. Questa è una funzione importantissima che deve essere esercitata soprattutto con la condivisione di dati in database comuni e con il continuo scambio di informazioni tra tutti gli organismi nazionali, europei e internazionali deputati alla salvaguardia della sicurezza. Tale esigenza è stata avvertita così tanto prepotentemente che, all’indomani dell’ennesimo attentato terroristico, il Consiglio Europeo nel dicembre del 2006 ha definito le procedure di semplificazione dello scambio di informazioni e intelligence tra le autorità degli Stati membri dell’Unione ed ha adottato un nuovo regime giuridico, idoneo a migliorare la trasmissione delle informazioni, ad esempio fissando un termine entro il quale il servizio, che ha ricevuto la richiesta, deve fornire la risposta ad Europol . In particolare, per agevolare lo scambio di informazioni, raccogliere ed analizzare dati, comunicare ai servizi competenti le notizie e creare collegamenti constatati fra fatti delittuosi è stato deciso per gli Stati Membri della Comunità Europea di alimentare direttamente il sistema elettronico d’informazione presso Europol . Questa Organizzazione con sede all’Aia, nei Paesi Bassi, ha personalità giuridica e persegue il miglioramento dell’efficienza dei servizi competenti degli Stati Membri e della loro cooperazione in materie come:
– Prevenzione e lotta al terrorismo
– Traffico illecito di stupefacenti
– Tratta di esseri umani
– Immigrazione clandestina
– Traffico materie nucleari
– Traffico illecito di autoveicoli
– Lotta alla falsificazione dell’euro
– Riciclaggio dei proventi di attività criminali internazionali.
Accanto a questa si colloca l’Organizzazione Internazionale della polizia criminale denominata Interpol, che si dedica alla cooperazione di polizia e al contrasto del crimine internazionale. Attualmente si compone di 190 Paesi membri ed ha sede a Lione (Francia).
Per quanto riguarda più specificamente il Territorio Nazionale i Ministeri, che si occupano dei diversi aspetti legati alla sicurezza attraverso le proprie articolazioni centrali ed Uffici Territoriali, sono:
– Interno;
– Difesa;
– Finanze.
Ma non possiamo certo dimenticare:
– Esteri;
– Agricoltura e Foreste;
– Giustizia;
– Trasporti.
La parte più importante di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica è gestita dal Ministero dell’Interno attraverso il dipartimento della pubblica sicurezza con le proprie Direzioni Centrali e Direzioni Centrali Interforze.
Prima tra tutte c’è la Direzione Centrale della Polizia Criminale, che è il fulcro del Dipartimento della Pubblica Sicurezza e che attraverso le proprie articolazioni provvede al coordinamento dell’azione di prevenzione e controllo del territorio nonché delle investigazioni a livello nazionale, analisi e raccolta dati relativi ai fenomeni criminali più considerevoli, coordinando le attività delle Squadre Mobili.
La stessa inoltre intrattiene i necessari rapporti tra la D.I.A. e le altre Forze di polizia e coordina l’attività svolta dalla Direzione Centrale dei Servizi Antidroga.
Degna di nota è anche la Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione (DCPP). Nata nel 1981, si occupa principalmente dell’azione di prevenzione e di contrasto al terrorismo nazionale e internazionale, sia di matrice politica che telematico e informatico. È articolata in due servizi e otto divisioni. Coordina gli uffici DIGOS della Questure.
Un ruolo fondamentale è poi svolto dal Dipartimento informazioni per la sicurezza (DIS), che è l’organo di cui si avvalgono il Presidente del Consiglio dei Ministri nelle analisi e nelle attività operative dell’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (AISE) e dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI).
Nonostante tutti gli sforzi delle Istituzioni, però, fatti di terrorismo nazionale ed internazionale si registrano continuamente. Si ricorda ad es. primo tra tutti, il recente attentato di Boston , ma non meno importanti quello alle “Torri Gemelle” dell’11 settembre 2001, nonché gli attentati di Madrid e Londra rispettivamente dell’11 marzo 2004 e del 7 luglio 2005. A questi si aggiunga anche la minaccia rappresentata dagli atti individuali e collettivi di ribellione violenta, compiuti dal movimento anarcoinsurrezionalista, che minaccia di attaccare lo Stato in ogni momento e che si è attivato con evidenti segnali di rilancio dell’attività conflittuale in chiave antisistema, al di là di qualsiasi elaborazione strategica o tattica.
Un pericolo costante e maggiormente avvertito dalla collettività è quello derivante da fatti di criminalità comune ed organizzata.
Con criminalità comune si intende l’insieme dei reati contro la persona e contro il patrimonio e tutte quelle attività connesse al traffico di armi e stupefacenti, che quotidianamente impegnano l’attività investigativa e l’attività successiva alla fase di prevenzione.
Si parla di criminalità organizzata nel momento in cui l’attività criminale vede la partecipazione di più persone affiliate in gruppi più o meno articolati. Tra le più importanti associazioni a delinquere che agiscono in Italia ricordiamo:
1. la mafia siciliana;
2. la ‘ndrangheta calabrese;
3. la camorra napoletana;
4. la criminalità mafiosa pugliese.
Purtroppo oggi a queste consorterie criminali se ne affiancano anche altre, che penetrano nel tessuto sociale e si sviluppano con i c.d. flussi migratori e, per meglio comprendere il fenomeno, risulta utile considerare le riflessioni del sociologo polacco Zygmunt Bauman, secondo il quale la società moderna è concepita come liquida, priva cioè di una forma definitiva, instabile per natura.
La società contemporanea nella quale ci muoviamo è soggetta a continui mutamenti più o meno generalizzati e la sicurezza per adeguarsi deve essere concepita come moderna e dinamica, così come deve essere al passo con i tempi la preparazione del professionista nel cogliere in anticipo i cambiamenti in atto perché sicurezza = prevenzione.
Anche il legislatore, avendo percepito da diversi anni il crescente bisogno di sicurezza di una società in continuo cambiamento, ha adottato con la legge n. 121 del 1 aprile 1981 il nuovo Ordinamento dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza, entrato in vigore il 25 aprile successivo. Più che una riforma dell’Amministrazione della P.S. si è trattato di un vero e proprio cambiamento radicale dell’apparato statale preposto a garantire l’ordine e la sicurezza pubblica. La citata legge 121, approvata a larga maggioranza dal Parlamento, è stata finalizzata ad istituire una forza di Polizia intimamente legata al tessuto sociale, a garanzia della legalità democratica e repubblicana, superando la vecchia concezione che la voleva separata dal resto della Nazione.
Gli obiettivi della riforma erano sostanzialmente tre: unità, efficienza e democraticità. L’unità era perseguita con la ricomposizione dei tre ruoli già dipendenti dal Ministero dell’Interno; l’efficienza con la riorganizzazione delle strutture e la revisione dei sistemi di reclutamento e di qualificazione del personale; la democraticità col riconoscimento ai poliziotti di una serie di diritti propri delle altre categorie di lavoratori.
Nella citata legge di riforma assumono particolare rilievo le figure del prefetto e del questore, definiti rispettivamente dagli art. 13 e 14 quali autorità provinciali di pubblica sicurezza.
Il prefetto ai sensi dell’art. 13 ha la responsabilità generale dell’ordine e della sicurezza pubblica nella provincia e sovraintende all’attuazione delle direttive emanate in materia, assicurando unità di indirizzo e coordinamento dei compiti e delle attività degli ufficiali e degli agenti di pubblica sicurezza.
Il questore, invece, ai sensi dell’art. 14 ha la direzione, la responsabilità e il coordinamento a livello tecnico operativo dei servizi di ordine e sicurezza pubblica.
Alla luce di quanto sopra è possibile affermare che, mentre il prefetto rappresenta l’autorità a livello politico amministrativo ,il questore è, invece, autorità a livello tecnico operativo.
Di fondamentale importanza sono poi gli artt.18, 19 e 20 della legge sopracitata, con cui il legislatore ha individuato 2 diversi tavoli di lavoro fondamentali per lo studio di problematiche inerenti il tema della sicurezza. Il primo, previsto dall’art. 18, è denominato Comitato Nazionale dell’Ordine e della Sicurezza Pubblica ed è istituito presso il Ministero dell’interno quale organo ausiliario di consulenza del Ministro dell’interno per l’esercizio delle sue attribuzioni di alta direzione e di coordinamento in materia di ordine e sicurezza pubblica.
Tale organo è presieduto dal Ministro dell’Interno ed è composto da un Sottosegretario di Stato per l’Interno, designato dallo stesso Ministro, con funzioni di vice presidente, dal capo della polizia-direttore generale della pubblica sicurezza, dal comandante generale dell’Arma dei carabinieri e dal comandante generale del Corpo della guardia di finanza.
Del Comitato fa parte anche il direttore generale dell’Amministrazione penitenziaria ed il dirigente generale capo del Corpo forestale dello Stato oltre ad altre figure.
Ai sensi dell’art. 19 successivo il Comitato esamina ogni questione sottoposta dal Ministro dell’Interno di carattere generale relativa alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e all’ordinamento ed organizzazione delle Forze di polizia.
Il secondo tavolo di lavoro, previsto dall’art. 20, è denominato Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica ed è istituito presso la prefettura quale organo ausiliario di consulenza del prefetto per l’esercizio delle sue attribuzioni di autorità provinciale di pubblica sicurezza.
Il comitato è presieduto dal prefetto ed è composto dal questore, dal sindaco del comune capoluogo e dal presidente della provincia, dai comandanti provinciali dell’Arma dei Carabinieri, del Corpo della guardia di finanza e del Corpo forestale dello Stato, nonché dai sindaci degli altri comuni interessati, quando devono trattarsi questioni riferibili ai rispettivi ambiti territoriali.

Su questa materia, le innovazioni introdotte dal decreto-legge 23 maggio 2008, n.92 (c.d. “pacchetto sicurezza”) convertito in legge 24 luglio 2008, n.125 hanno inciso in modo significativo sul ruolo delle amministrazioni locali, fornendo loro nuovi poteri in materia di sicurezza urbana ed una maggiore cooperazione tra le Polizie locali e le Forze dell’ordine.
In tale ottica appare assolutamente adeguato e tempestivo anche il decreto 5 agosto 2008 con cui si è inteso integrare il concetto di sicurezza pubblica con quello di sicurezza urbana, attribuendo ai Sindaci una serie di competenze, soprattutto in materia di ordinata convivenza della città, ambiente e qualità della vita locale.
In altre parole si è voluto riconoscere al Sindaco la potestà di intervenire per prevenire e contrastare tutte quelle situazioni urbane di degrado e di isolamento, che favoriscono l’insorgere di fenomeni criminosi. Infatti, il “potere di ordinanza” del Sindaco nei citati campi di intervento risulta particolarmente incisivo perché consente allo stesso di disporre anche in deroga a norme di legge, con il solo limite rappresentato dal rispetto dei precetti costituzionali e dei principi generali dell’ordinamento.
Tutte queste attività poste in essere dalle istituzioni, che garantiscono il rispetto di regole e comportamenti a garanzia dei diritti di libertà dei cittadini previsti dalla nostra costituzione, si possono riassumere nel concetto di Ordine Pubblico.
La sicurezza pubblica, invece, è un bene comune di cui tutti i cittadini, individualmente e collettivamente, sono destinatari e possono contribuire responsabilmente, ognuno nel proprio contesto, ad innalzarne gli standard di sicurezza.
Su questi presupposti è nato ad esempio, su iniziativa dei vertici della Polizia di Stato, il progetto ”C’è più sicurezza insieme” con la finalità di accorciare sempre di più le distanze con il cittadino e di essere così più vicino alle persone. Inoltre, sul sito istituzionale http://www.poliziadistato.it è possibile trovare linee guida ed accorgimenti da adottare in diverse situazioni come ad esempio in caso di:
1. Bullismo – Il fenomeno riguarda maschi e femmine e si manifesta soprattutto in ambito scolastico, ma anche in strada, nei locali e nei luoghi di ritrovo. Il Ministero della Pubblica Istruzione ha istituito il numero verde 800669696 nell’ambito della campagna “Smonta il bullo”.
2. Droga – I genitori sono importanti per proteggere i figli dall’uso di sostanze stupefacenti, devono dare il buon esempio e informarli; essi sono la prima linea difensiva nella guerra contro la droga, anche se non tutti ne sono coscienti.
3. Internet – Navigare su Internet può essere utile e divertente, ma nella rete possono nascondersi delle insidie. E’ importante conoscere alcune regole fondamentali. La Polizia di Stato presta particolare attenzione all’evoluzione del mondo informatico ed elargisce consigli sui pericoli della rete.
4. Luoghi pubblici – I malintenzionati approfittano della disattenzione delle vittime per colpire e ottenere il proprio illecito profitto con il minor rischio possibile;
Anziani – Vademecum, consigli, informazioni e attività di prevenzione. Sono numerose le iniziative a favore delle persone anziane. Specialmente in estate, quando è tempo di vacanze, gli anziani si ritrovano spesso da soli. Ministeri, questure, comuni, province e enti privati si danno da fare per non farli sentire abbandonati e per aiutarli a prevenire le truffe o i raggiri di cui spesso rimangono vittime.
Da quanto fin qui esposto, dunque, si comprende come la gestione della sicurezza richieda il contributo di specifiche professionalità, che devono dialogare con le Forze dell’Ordine. In particolare le aziende, che costituiscono il tessuto economico di una società, oltre a crescere i loro sforzi verso la produzione di beni e l’erogazione dei servizi, hanno dovuto indirizzare la gestione della sicurezza per far si che all’interno delle stesse si sviluppino modelli organizzativi in grado di far raggiungere elevati standard di qualità nel rispetto sia della protezione del bene prodotto, sia dell’incolumità dei propri dipendenti e dei propri clienti, nonché della salvaguardia delle informazioni aziendali.
In questo senso singoli sistemi devono integrarsi tra loro per costruire il macro sistema sicurezza che si compone di:
1. sistema della Safety che si occupa della tutela fisica e morale dei lavoratori;
2. sistema della Security che identifica le tematiche concernenti la tutela dei beni aziendali;
3. sistema dell’Information security, ovvero sistema informatico aziendale che tratta delle sicurezza dei dati e delle informazioni aziendali mediante strumenti informatici.
La sicurezza, dunque, va oggi considerata come un concetto duttile, non univoco, ma parcellizzato in sottocategorie.
Se decliniamo il termine sicurezza troviamo una serie di ambiti di applicazione molto diversi tra cui i più importanti sono:
1. la sicurezza sanitaria;
2. la sicurezza alimentare;
3. la sicurezza stradale e dei trasporti;
4. la sicurezza legata al verificarsi di eventi catastrofici naturali (terremoti, alluvioni, ecc.);
5. la sicurezza legata ai siti nucleari;
6. la sicurezza informatica e delle reti di telecomunicazione;
7. la sicurezza nei Grandi Eventi;
8. la sicurezza sportiva.
A queste si aggiunge la sicurezza, di cui abbiamo ampliamente dibattuto, finalizzata a prevenire gli attacchi di natura terroristica e quelli provenienti dalla criminalità comune e organizzata. Si comprende, quindi, la necessità di formare “figure interattive”, che possano dare risposte adeguate al moltiplicarsi delle esigenze di una società in continua evoluzione.
In questo caso il laureato dovrà possedere le capacità di un manager con una caratteristica in più: quella di interloquire tra le diverse componenti della società civile per gestire in maniera ottimale i problemi della sicurezza, che sono costantemente all’attenzione di tutte le componenti della società civile.
La competenza che la società contemporanea chiede ad un laureato in Scienze della sicurezza è, dunque, quella di saper svolgere anche un’attività di gestione delle moderne strategie investigative, di controllo e di sicurezza nella prevenzione e nella repressione dei fenomeni di criminalità.
Oltre alle numerose prospettive che un giovane in possesso di questo titolo di studio può avere nel settore privato, vi sono anche da considerare i settori di impiego all’interno della pubblica amministrazione.
Premesso che si possono trovare risposte ad ogni quesito sul citato sito istituzionale della Polizia di Stato, si elencano di seguito i presupposti ed i requisiti necessari per entrare negli organici dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza. I concorsi ai quali si può partecipare per l’impiego nei diversi ruoli della Polizia di Stato sono previsti per il conseguimento delle seguenti qualifiche:
1. Commissari;
2. Ispettori;
3. Sovrintendenti;
4. Assistenti ed Agenti.
Tutti i titoli necessari per poter partecipare ad un concorso sono resi noti con il bando, che è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – 4^ Serie speciale “Concorsi ed esami” e, contestualmente, sul citato sito alla pagina dei concorsi.
Per un primo orientamento, si forniscono alcune indicazioni di carattere generale per l’accesso alle qualifiche di:

1. Commissari, al quale possono partecipare entrambi i sessi in possesso dei seguenti requisiti:
– cittadinanza italiana
– godimento dei diritti politici
– età non superiore ai 32 anni (art. 1 del D.M. 6 aprile 1999, n. 115) .

Titoli di studio idonei
Laurea specialistica, conseguita presso una Università della Repubblica italiana o presso un Istituto di istruzione universitaria equiparato, appartenente ad una delle seguenti classi di laurea, previste dal decreto del Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica del 28 novembre 2000:
– classe delle lauree specialistiche in giurisprudenza (22/S);
– classe delle lauree specialistiche in scienze delle pubbliche amministrazioni (71/S);
– classe delle lauree specialistiche in scienza dell’economia (64/S);
– classe delle lauree specialistiche in teoria e tecniche della normazione e dell’informazione giuridica (102/S);
– classe delle lauree specialistiche in scienze economico-aziendali (84/S);
– classe delle lauree specialistiche in scienza della politica (70/S);
oppure, il possesso dei seguenti titoli di studio di laurea magistrale:
– laurea magistrale in giurisprudenza (LMG/01);
– laurea magistrale in scienze delle pubbliche amministrazioni (LM-63);
– laurea magistrale in scienze dell’economia (LM-56);
– laurea magistrale in scienze della politica (LM-62);
– laurea magistrale in scienze economico-aziendali (LM-77).
Altri requisiti
– non aver riportato condanne a pene detentive per reati non colposi e non essere stati sottoposti a misure di prevenzione;
– per i candidati nati entro il 1985, essere in regola nei riguardi degli obblighi di leva e non essere stati ammessi al servizio civile in qualità di obiettori di coscienza, ovvero non aver assolto gli obblighi di leva quali obiettori di coscienza, salvo l’aver espresso formale e irrevocabile rinuncia al suddetto status;
– qualità morali e di condotta, secondo quanto previsto dall’art. 35, comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165;
– idoneità psico-fisica e attitudinale al servizio di polizia, in conformità alle disposizioni contenute negli artt. 3 e 4 del Decreto del Ministro dell’Interno 30 giugno 2003, n. 198.
Condizioni ostative
Non sono ammessi al concorso coloro che sono stati destituiti dall’impiego presso una pubblica amministrazione e coloro che sono stati espulsi dalle Forze Armate o dai Corpi militarmente organizzati.

2. Ispettori, al quale possono partecipare persone di entrambi i sessi in possesso dei seguenti requisiti:
– cittadinanza italiana;
– godimento dei diritti politici;
– età non inferiore agli anni 18 e non superiore agli anni 32 (art. 1 del D.M. 6 aprile 1999, n. 115). Per gli appartenenti ai ruoli dell’amministrazione civile dell’Interno il limite di età è elevato a 40 anni;
– requisiti psico-fisici e attitudinali, in conformità alle disposizioni contenute negli artt. 3 e 4 del decreto del ministro dell’Interno 30 giugno 2003, n. 198;
– titolo di studio di scuola media superiore o equivalente;
– essere in possesso delle qualità morali e di condotta previste dall’art. 35, comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.
Condizioni ostative
Non sono ammessi al concorso coloro che sono stati destituiti dall’impiego presso una pubblica amministrazione o espulsi dalle Forze Armate o dai corpi militarmente organizzati, nonché coloro che hanno riportato una condanna a pena detentiva per delitto non colposo o sono stati sottoposti a misure di prevenzione.

3. Sovrintendenti: a differenza dei Commissari e degli Ispettori per i quali è previsto il doppio accesso esterno ed interno, per questo ruolo si accede solo dall’interno.

4. Agenti, al quale possono partecipare persone di entrambi i sessi in possesso dei seguenti requisiti:
– cittadinanza italiana;
– godimento dei diritti politici;
– età non inferiore agli anni 18 e non superiore agli anni 30 ( art. 1 del D.M. 6 aprile 1999, n. 115);
– idoneità culturale, fisica, psichica ed attitudinale al servizio di polizia, in conformità alle disposizioni contenute negli artt. 13 e 5 del D.M. 28 aprile 2005, n 129, nonché l’art. 3 del D.M. 30 giugno 2003, n. 198;
– titolo di studio di scuola media dell’obbligo;
– essere in possesso delle qualità morali e di condotta previste dall’art. 35, comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.
Dopo aver vinto il concorso di ammissione e aver superato dei test di valutazione psico-fisica- attitudinale si è avviati a un corso di formazione di 6 mesi, in una delle Scuole di polizia presenti sul territorio italiano. In caso di superamento del corso inizia un periodo di 6 mesi da Agente in prova. E’ possibile proseguire la carriera con dei concorsi interni.
Come diventare agente per reclutamento
Premesso che dal 2005 non è più possibile arruolare agenti ausiliari, l’articolo 16 della legge n. 226 del 23 agosto 2004 dispone che dal 1° gennaio 2006 e fino al 31 dicembre 2020 i posti annualmente messi a concorso per il reclutamento del personale nella carriera iniziale della Polizia di Stato sono riservati ai volontari in ferma prefissata di un anno o in rafferma annuale, in servizio o in congedo, a cui fa riferimento il capo II della stessa legge e in possesso dei requisiti previsti dall’ordinamento per l’accesso al ruolo degli agenti.
Condizioni:
– l’età stabilita per partecipare al reclutamento dei volontari in ferma prefissata di un anno compresa tra i 18 e i 25 anni e per l’accesso nella carriera iniziale delle Forze di Polizia (ruolo degli agenti) il limite di età è di 30 anni;
– con decreto del Ministro dell’Interno di concerto con il Ministro della Difesa sono determinate le procedure di selezione e si concludono le graduatorie di merito.
Concludendo, per i giovani che aspirano a diventare del veri professionisti della sicurezza giova ricordare una frase di W. Churchill il quale diceva che “Sperare nel futuro è inutile, il domani può essere favorevole o contrario. L’unica cosa che conta è arrivarci preparati e l’unico modo è farlo in anticipo.” Affinché ciò possa verificarsi, bisognerà impegnarsi a formare professionisti qualificati, in grado di rispondere alla pressante esigenza di sicurezza, esigenza che solo così, potrà progressivamente diminuire, perché come dice Bruce Schneier: “La sicurezza è un processo, non un prodotto” . Pertanto, la sfida alla quale non ci si può sottrarre riguarda la predisposizione di un offerta formativa adeguata alle nuove esigenze di sicurezza in armonia con il progresso scientifico e tecnologico. Per questo è necessario tracciare per i giovani studenti un percorso didattico di alto profilo finalizzato allo sviluppo di quelle conoscenze e competenze necessarie per svolgere le funzioni di esperto della sicurezza in modo sempre più qualificato. Del resto tale intendimento risulta coerente anche con la strategia europea in tema di formazione e, in particolare, con la dichiarazione del Consiglio d’Europa contenuta nel Documento di Lisbona del 2000, dove viene messa in evidenza la necessità per i cittadini dell’Unione di competere con l’evoluzione economica, sociale e tecnologica attraverso lo sviluppo delle “Competenze professionali e competenze personali” . Di conseguenza la preparazione necessaria dovrà essere assunta in maniera compiuta durante il corso di laurea: essa presuppone, infatti, una piena padronanza di conoscenze e competenze adeguate alle esigenze di una società sempre più globalizzata, che necessita di prevenire i rischi per la sicurezza vecchi e nuovi con il sostegno di professionisti in grado di valutare e gestire anche le nuove sfide dell’innovazione tecnologia e dell’internazionalizzazione dei mercati.

Felice Ferlizzi

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